Carola Rackete: un modello d’individuo perfetto per il Capitale

Non ho un appartamento, non ho una macchina, non mi interessa avere uno stipendio fisso e non ho una famiglia. Non c’era nulla che mi trattenesse dal portare a compimento questo impegno”. Queste sono le parole del capitano della Sea Watch 3, protagonista del momento, riportate dal Fatto Quotidiano, in risposta alle accuse avanzate dal ministro degli interni riguardo la sua presunta situazione sociale privilegiata.

Potrei spendere fiumi di parole sull’accaduto e sulle modalità (che non condivido) con cui Carola Rackete ha portato a termine la sua missione, ma vorrei soffermarmi su un altro aspetto; la descrizione che la donna offre di sé. È incredibile come l’identikit fornito, corrisponda alla tipologia d’uomo/donna che le multinazionali (i nuovi governi) vorrebbero creare. Un individuo apolide, senza una fissa dimora, senza beni propri, senza un salario, senza una famiglia; quindi flessibile, pronto a vivere appieno la globalizzazione, sfruttato dai capitalisti con lavori sottopagati in giro per il mondo. Non è un caso che queste figure, spesso dotate di pensiero unico, si muovano nello stesso modo e si comportino come il capitano della Sea Watch 3. Questa immigrazione di massa, non regolamentata, è ben voluta dai grandi capitalisti e dalle mafie; disperati pronti a tutto, sono una fonte preziosa, utile per abbassare il salario minimo. I piccoli globalisti, che rientrano nell’identikit evidenziato poco sopra, non comprendono che un fenomeno simile vada regolamentato dagli Stati nazionali, a seconda delle rispettive capacità e possibilità, senza l’intromissione di organizzazioni extra-governative e singoli individui che spesso agiscono per la fama e la gloria; altro che umanità.

Individui simili, noncuranti del bene dei propri concittadini, connazionali, vengono allevati, da genitori prima e scuola dopo, come “cittadini del mondo”, quindi “inutili” alla propria nazione. Perché dico inutili? In tempi lontani, quando esistevano sulla terra civiltà dotate di buon senso, come greci e romani, i figli venivano cresciuti “per la comunità, per il bene comune, affinché tutti potessero beneficiare di quella prole”; oggi, nell’epoca in cui viene propagandata la libertà d’opinione e la salvaguardia del bene comune, dell’umanità, prevale invece l’individualismo più sfrenato. I genitori augurano ai propri figli di scappare il prima possibile dall’Italia in cerca di paesi migliori in cui vivere; le scuole incentivano questo a colpi di Erasmus (inutili dal punto di vista dello studio ma ottime per far festa e casino).

Agire culturalmente, oltre che politicamente, è la soluzione: un lavoro congiunto tra buona politica e scuola. La politica deve fare in modo che ci siano i presupposti per “amare” la nazione e la scuola deve insegnare i motivi per cui è giusto che un cittadino ami il proprio paese. Non vale solo per l’Italia, ma per tutti gli Stati nazionali.

Non bisogna essere a favore o meno dell’immigrazione; questo è un fenomeno nato con l’uomo e nonostante le nostre intenzioni, accadrà sempre che delle persone si spostino in cerca di condizioni di vita migliori. Mi auguro che in futuro l’Italia riacquisti potere decisionale e che il governo stesso, si occupi di questa povera gente, adottando un Vero piano per gestire l’immigrazione; siamo sicuri che prelevare gente in giro per il Mediterraneo e buttarla in mezzo a una strada in un altro paese sia giusto? Questa si può davvero chiamare umanità?

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