Sii imprenditore di te stesso, tu puoi farlo!

Quante volte abbiamo sentito questa incoraggiante frase dagli spot in televisione, dai banner pubblicitari in internet o in bocca a datori di lavoro? Personalmente, troppe.

Pellicole cinematografiche o libri motivazionali riportano sempre gli esempi di grandi uomini come Steve Jobs, che nel garage dei genitori, inventa e costruisce il primo dispositivo Apple, destinato a cambiare il mondo dell’informatica. Queste sono belle storie certo, che incoraggiano gli spiriti più bisognosi, ma va distinta la realtà effettuale dalla narrazione.

Davvero siamo tutti come Steve Jobs? Siamo tutti in grado di inventare, di capire di cosa ha bisogno il mondo, di investire e di intraprendere rischiando il tutto per tutto?

È ovvio che la risposta sia no; al mondo c’è chi è adatto a questo tipo di lavoro e chi invece, anche solo per vivere una vita spensierata, si limita ad eseguire le indicazioni di un capo o di un’azienda. Sarebbe utile notare inoltre, che se tutti ordiniamo, chi esegue?

Eppure sentiamo dire sempre che i giovani devono fare impresa, che devono svegliarsi e che devono “inventarsi un lavoro”. Questa candida narrazione rassicura le coscienze dei politici e di tutti coloro che dovrebbero occuparsi dei più deboli.

Ma perché, allora, vengono dette tutte queste cose?

In un’epoca in cui gli uomini e le donne sono così sfiduciati verso la politica e il lavoro, c’è bisogno che qualcuno li incoraggi e gli faccia credere che loro possono tutto, se solo lo vogliono; grazie a queste chiacchiere (complice la situazione precaria e fattori economici) gli individui sono disposti ad accettare qualunque tipo di lavoro a qualunque tipo di condizione, sempre in favore del capo o dell’azienda. Così, anche loro, come Steve Jobs, cominceranno dal basso per poi arrivare all’apice.

Abbiamo quindi commessi/e che lavorano per il raggiungimento di obbiettivi impossibili con turni massacranti, senza nessun diritto. La pena per non aver completato il sacro obbiettivo è spesso l’abbassamento dello stipendio o peggio, il licenziamento (senza neanche un preavviso). Ma la vita del libero professionista è questa, si sa, alti e bassi, incertezze; peccato che questi commessi che vengono inquadrati come imprenditori, non abbiano l’autonomia di scelta che offre questa professione, anzi dipendono totalmente dalle scelte di un titolare. Come dovremmo chiamare questa figura? Il libero-dipendente? Già dal nome si evince che qualcosa non quadra.

Arriviamo poi al così detto “posto fisso”, oramai demonizzato dalla categoria di persone di cui ho parlato all’inizio. Dalle bocche di questi illuminati sentiamo sempre dire che il posto fisso oramai è superato, è noioso ed è accessibile solamente ai raccomandati; il lavoro vero è quello che ci offrono loro. Non lasciamoci abbindolare dalle parole di questi omuncoli, il lavoro che dà sicurezza, che permette di creare una famiglia, di fare progetti a lungo termine, di avere una stabilità economica, non è morto e non può morire.

Piccoli capitalisti, devoti al dio-denaro, che bramano forza lavoro a basso costo, pullulano tra le strade e dobbiamo star attenti, dobbiamo riconoscerli e non cadere nel giogo delle loro menzogne.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...