Quando la politica incontra la cultura: elogio dei Siciliani

Purtroppo, quello nel titolo, non è un avvenimento recente (e come potrebbe?); per constatare questo dolce incontro, dovremmo tornare al Medioevo, nello specifico, nel meridione d’Italia, tra il 1233 e il 1255 circa. Proprio in quell’epoca, accadde qualcosa di sensazionale nel Regno di Sicilia; salì al potere Federico II di Svevia. Di famiglia germanica, s’innamorò del Sud Italia (soprattutto della Puglia, non a caso venne chiamato Puer Apuliae). Grazie alla sua abile amministrazione e al bagaglio culturale sconfinato, promosse un rinnovamento culturale in tutto il regno, favorendo la ripresa del latino, della letteratura e della poesia. Così nacque la “Scuola Siciliana”. Quando si parla di Scuola Siciliana o dei “siciliani” si intende quel gruppo di poeti che operò tra il 1233 e il 1255 proprio alla corte di Federico II di Svevia. Il massimo esponente e il più conosciuto fu Giacomo Da Lentini; colui che fu probabilmente l’inventore del “sonetto”, cantò della bellezza delle donne, che offrivano nutricamento agli occhi di chi le osservava e di conseguenza, al cuore. Una corte itinerante (si spostava in tutto il Sud) fatta d’artisti e intellettuali. I poeti si battagliavano a colpi di versi, discutendo sulla natura dell’amore; ricorderò sempre i sonetti di Pier Della Vigna e da Giacomo Da Lentini, in risposta a Jacopo Mostacci, che affermava (sempre in eleganti versi) di non aver mai visto in vita sua “Amore”, di non aver mai sentito di nessuno che lo avesse conosciuto.

Grandioso il componimento di Giacomino Pugliese, “Morte perché m’ài fatta sì gran guerra”, in memoria della sua amata.

Uomini fatti di sentimenti, pieni di vita, corpi pregni d’arte.

La Scuola Siciliana, sparì insieme alla corte Sveva; fu una poesia strettamente collegata ad essa. Fortunatamente, i loro componimenti, furono salvati dai rimatori toscani, che li ricopiarono.

Federico II di Svevia
Palazzo reale di Napoli

Dante amerà i Siciliani, li stimerà e li prenderà a modello (come gli altri toscani). Nel “De vulgari eloquentia”, Dante Alighieri, affermerà: “Il volgare italiano, questo infatti hanno usato i maestri illustri che hanno poetato in lingua volgare in Italia, come i siciliani, gli apuli, i toscani, i romagnoli, i lombardi”.

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