Il figlio di Salvini sulla moto d’acqua: il simbolo della decadenza

Notizia dell’ultima ora, un giornalista di Repubblica, ha immortalato a Milano Marittima il figlio di Salvini, seduto dietro ad un poliziotto, in giro su di una moto d’acqua della polizia di Stato. Il tutto è avvenuto sotto gli occhi del padre. A molti difensori del Ministro degli interni, sembra qualcosa di semplice e innocuo, ma in realtà è qualcosa di più: un simbolo, la dimostrazione che la polizia di Stato sta diventando la “polizia privata” di Matteo Salvini. Per il capitano, nelle ore di lavoro levano gli striscioni dei protestanti e nel tempo libero portano a spasso i figli; a molti (forse nostalgici del ventennio) va bene, ma a me no. Questo “stretto legame” che sta nascendo tra l’Arma e il Ministro degli interni è pericoloso. In cosa potrà sfociare? Niente di buono.

Ma andiamo avanti. È stato commesso un reato; uso improprio della proprietà dello Stato. Sembrerà inutile, ma per molti dovrò precisare che quando a commettere un reato è una figura istituzionale, la colpa diventa più grave, proprio perché quella figura è rappresentante della legalità, dello Stato. Senza contare che è stata occupata una moto d’acqua che sarebbe potuta servire per funzioni istituzionali e di sicurezza, ed è stata sprecata, inutilmente, benzina pagata dai contribuenti. Ma gli avvocati d’Italia non mancano mai. C’è chi dice che non è successo niente e che la nostra polizia “gentile” fa così con tutti; ma c’è anche chi afferma che coloro che protestano sono in errore, perché adesso pagherà un “povero ragazzo” che voleva fare colpo sul capo. Quando leggo questi commenti mi si rizzano i capelli e mi chiedo come faccia questo paese a reggersi ancora in piedi. Forse siamo stati talmente tanto rincretiniti dalle malefatte di Berlusconi, al tempo, che non ci meravigliamo più di nulla; giustifichiamo tutto.

E Matteo Salvini cosa avrà detto in merito? Ovviamente non ci ha deluso ed è uscito con una delle sue: “errore da papà”. Tutto chiaro, tutto limpido. Ma io avrei ancora qualcosa da dire: quando si decide di entrare in politica e, soprattutto, si arriva ad alte cariche, non si è più uomini normali. È una vocazione, proprio come per il prete. Questo vuol dire fare sacrifici; non si è più liberi come gli uomini comuni, bisogna rinunciare a molte cose e stare attenti ad ogni minimo passo per non cadere in fallo. Quindi, mi dispiace Matteo Salvini, ma il suo non è stato un “errore da papà”, ma un errore da Ministro degli interni e rappresentante dello Stato italiano.

Adesso scusate, ma mi sta aspettando un “gentile” maresciallo dei carabinieri sotto casa, che deve accompagnarmi in Facoltà.

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