Parlare a sproposito: Niccolò Machiavelli

Di certo, questa è un’abilità insita nell’animo umano, ma potremmo anche definirla un’abitudine tutta nostrana; sin dall’inizio dei miei studi, mi è stato insegnato di anteporre la ricerca alla parola. Ho fatto di questo insegnamento, il mio mantra.

Potrei riferirmi a molti ambiti dello scibile umano, ma questa volta, voglio soffermarmi su di una figura della letteratura italiana: Niccolò Machiavelli.

Nessuno più di lui, è stato peggio compreso e ricordato. Il Principe, la sua opera più famosa, è stata travisata e riutilizzata fuori contesto, per giustificare in modo “aulico” le peggiori nefandezze.

Mi è capitato di vedere un video su YouTube, di un canale che intende insegnare la “crescita personale”, attuare le sì dette “strategie dei manipolatori”, tramite il lascito del fiorentino.

Ho letto, inoltre, un articolo sul presunto “paradosso” del Machiavelli, su cui vi era scritto: “uomo repubblicano scrisse un trattato sul potere assoluto, ateo teorizzò l’importanza di una religione civile a fondamento delle repubbliche”.

A volte immagino cosa direbbe il povero Niccolò se leggesse o ascoltasse queste cose; di sicuro non ne sarebbe contento.

Urge, allora, far giustizia e rischiarare, almeno un poco, la coltre di nebbia addensatasi nei secoli.

Machiavelli nacque nel 1469 a Firenze, pieno Rinascimento, un’epoca nient’affatto rosea, caratterizzata da lotte continue per il potere e per il territorio, contrasti tra Chiesa, principi italiani e stranieri (e quando mai?). Il fiorentino, fu “uomo del suo tempo”, nel vero senso del termine; totalmente calato nella sua epoca ha analizzato le soluzioni possibili per quel determinato periodo. Questo è un primo punto fondamentale; una teoria formulata appositamente per un momento storico, che prende in esame specifici personaggi dell’epoca (come il Valentino), può essere studiata senza calarsi in prima persona in quell’epoca? No. Questo non vuol dire che non si possano fare parallelismi con la nostra e la sua epoca, prendere spunti e modelli per agire sul presente, ma va tutto preso con le pinze e soprattutto, senza decontestualizzare.

L’autore definiva le sue idee frutto di “esperienza” e “letture”: esperienza data dalla sua profonda conoscenza dell’agire politico, grazie ai molteplici incarichi ricevuti dalla Repubblica di Firenze. Con “letture” si riferisce ai classici latini (non conosceva il greco). Il suo lavoro da funzionario della repubblica conferma il suo essere “calato nel suo tempo” e le “letture” gli offrono un modello che è quello di Roma repubblicana, a cui sempre si rifarà nelle sue opere; questo comporta che chi esprime opinioni su Machiavelli, debba conoscere Roma antica e rapportare le due cose.

Il Principe fu un “libello” politico di rapida consultazione; l’autore lo concepì per suggerire ai principi italiani incapaci, soluzioni vincenti per la creazione e il mantenimento di un nuovo Stato. La famosa frase “il fine giustifica i mezzi” non fu mai detta da Machiavelli, ma fu il frutto di un erronea interpretazione; nell’opera, il Principe può spingersi oltre per il bene e il mantenimento dello Stato, ma questa è una possibilità propria del principe e di nessun’altro; capirete che utilizzare la frase fuori dal contesto, per altre motivazioni risulterebbe fuorviante, proprio come la utilizza l’autore del video di cui vi ho parlato. Le “tecniche manipolatrici”, se così si possono definire, sono consentite solamente al princeps e non a chi voglia fare marketing o altro.

Parliamo del presunto paradosso:

“Uomo repubblicano scrisse un trattato sul potere assoluto”.

Innanzitutto, Machiavelli scrisse un’opera anche sulle repubbliche: Commenti sopra la prima Deca di Tito Livio. Ma oltre questo, dobbiamo comprendere cosa stava accadendo intorno all’autore; tutte le forze straniere si stavano unificando, gli imperi, i regni diventavano più grandi e gli eserciti più numerosi e forti. L’Italia era totalmente disunita; nel settentrione vi erano signorie e comuni, al centro lo Stato pontificio e nel meridione il regno di Napoli. Machiavelli fece un ragionamento molto semplice; “siamo soli e abbiamo piccoli eserciti, cosa potremmo fare contro gli Stati grandi e forti che stanno nascendo? Nulla”. Proprio per questo era necessaria e urgente un’unificazione, con un esercito “nazionale” che potesse competere con gli altri; l’unico modo per far ciò era, almeno secondo l’autore, la costituzione del principato. In mano ad un uomo solo, la situazione si sarebbe potuta risolvere velocemente.

Machiavelli si dichiarerà repubblicano fino alla morte e auspicherà sempre alla costituzione di una Repubblica; quella del principe è una fase intermedia, di necessità. La figura del principe, secondo il mio parere, è affine a quella del “dictator” nella Roma repubblicana. La res publica romana era governata, oltre che dal senato, da due consoli, che rimanevano in carica per un periodo di due anni; ma, solo in casi di estrema crisi, i consoli venivano sollevati dal loro incarico e saliva al potere il dictator, un uomo che avrebbe dovuto risolvere i problemi da solo, in carica per sei mesi.

Passiamo all’altro punto:

“Ateo teorizzò l’importanza di una religione a fondamento delle repubbliche.

Machiavelli, a differenza di molti atei del nostro tempo, era un uomo intelligente, aveva compreso l’importanza della religione, del suo uso politico e strategico; aveva capito che una lotta alla religione sarebbe stata stupida… non faceva mica parte dell’UAAR.

Ancora una volta, l’autore si rifà a Roma. Gli antichi romani avevano una religione particolarmente intessuta nello Stato, nella città di Roma; religione e Stato andavano avanti di pari passo, quasi non poteva esistere l’una senza l’altra e viceversa. In questo modo i romani tutelavano la politica e l’amministrazione e sopperivano al bisogno umano di vivere con dio.

Machiavelli, non vede di buon occhio il cattolicesimo, anzi dichiara di preferire una religione come quella pagana, eppure ammette che far rinascere un credo simile sarebbe stato stupido e cerca di lavorare su quello cristiano; arrivando a concepire anche un principato pontificio.

In estrema sintesi, potremmo dire che Niccolò Machiavelli fu un repubblicano convinto, moralista come lo dimostra in altre sue opere come la Mandragola, ma che in un certo momento storico ha compreso che il bene dello Stato non era quello che lui desiderava, e ha messo i suoi ideali in secondo piano. Fu un sapiente in grado di anteporre il bene comune ai propri desideri e ideali.

Questo era Machiavelli, non era un cinico, non era un ipocrita e non era il malvagio signore delle tenebre; ci sarebbe ancora tanto da dire, per questo invito chi leggerà questo articolo ad approfondire lo studio su questa figura, partendo innanzitutto dalle sue opere, ma integrando con ottimi saggi critici, come quello del professor Ferroni: “Machiavelli, o dell’incertezza”.

Spero che in futuro sparisca il termine “machiavellico”, una parola fondata su di un’errata critica, quindi inutile.

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