L’epistola umanistica

Il genere epistolario fu sviluppato già dai latini; pensate infatti alla famosa opera di Seneca “Lettere a Lucilio” o “Lettere ad Attico” di Cicerone. Nell’epoca dell’Umanesimo, questa pratica assunse dei connotati propri. Innanzitutto le epistole servirono per mettere in contatto gli spiriti magni di quel periodo; gli intellettuali avevano bisogno di disquisire con altri pensatori, loro pari.

L’epistola o lettera, inoltre, veniva utilizzata per cominciare o mandare avanti le polemiche letterarie; penso al confronto epistolario tra Paolo Cortese e Angelo Poliziano sul tema dell’imitazione nella letteratura. Il primo sosteneva che Cicerone fosse l’unico modello possibile per la stesura della prosa, mentre il secondo sosteneva che si sarebbero potuti sfruttare diversi autori (chi dei due aveva ragione?).

Infine, l’epistola umanista risultò utile per la costruzione di trattatelli etico-filosofici o scientifici; molti autori, per dar forma e struttura alle proprie idee, ragionavano sui temi con altri intellettuali.

Ne conviene che il linguaggio utilizzato fosse variopinto; si possono leggere lettere con un registro linguistico basso e popolare e altre con un linguaggio sommo ed alto. Via via che gli anni passarono, queste lettere diventarono sempre più articolate e ragionate; molti autori, come Petrarca, cominciarono a pensare ai posteri, ai futuri probabili lettori.

L’epistolario petrarchesco è forse una delle più corpose raccolte che sia giunta fino a noi; composto da ben oltre cinquecento lettere in latino, di vari argomenti, fungerà da modello per tutti gli altri umanisti. L’autore costruirà una vera e propria opera; il suo corpus fu rivisto, corretto e riordinato cronologicamente da lui stesso (Petrarca viene considerato a buon merito il primo filologo della storia).

Il genere epistolario andò avanti evolvendosi; possediamo le lettere che Niccolò Machiavelli inviò a Francesco Vettori, tra cui quella dove descrive le giornate vissute in esilio all’albergaccio e informa il compare di aver concluso “un libello” (si riferiva al principe). Le lettere di Machiavelli sono più spontanee e spassionate rispetto all’ideale umanistico, ma è anche vero che queste non furono concepite dall’autore per la pubblicazione.

Ludovico Ariosto romperà la tradizione dell’epistola ben scritta, strutturata e pensata come un’opera letteraria, scrivendo delle lettere semplici, dirette, che descrivevano senza fronzoli le semplici giornate dell’autore.

Come avrete capito, questi scritti sono fondamentali, oltre che per il valore letterario intrinseco, per la testimonianza storica dei personaggi che le partorirono.

Questa usanza, oggi, è morta. La rete e le nuove tecnologie hanno surclassato ogni mezzo di comunicazione considerato troppo lento o poco intuitivo, tralasciando la bellezza dell’attesa, l’esercizio della scrittura e cosa più importante, la riflessione su ciò che si è letto e scritto. Non è un caso che le reti sociali siano piene di messaggi violenti e ingiuriosi; quando non si ha tempo di pensare e si agisce di impulso non si può ottenere nient’altro che questo.

Ma è giusto tradire i nostri antenati che ci hanno tramandato un qualcosa di così incredibile, lasciando morire questa pratica, nella sua essenza, così romantica?

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