La nascita della retorica

Siracusa, sita sulla costa orientale della Sicilia, nacque come città-stato greca nell’VIII Sec. a.C. Per il suo dominio, dal 485 a.C. si succedettero dei “tiranni”, individui che fecero il buono e il cattivo tempo, fino all’annessione della città, alla Res publica di Roma nel 212 a.C.

Nel 476 a.C. i cittadini si ribellarono alla tirannide di Gelone e Gerone I, instaurando la democrazia (sarà un’esperienza breve). È questo il momento in cui potremmo inserire la nascita della retorica, l’arte della parola, così come la conosciamo noi oggi.

Tisia e Corace, due logografi, ovvero due scrittori di discorsi, istruirono nell’arte dell’eloquenza, i cittadini impegnati in cause per la riacquisizione dei beni espropriati dai tiranni. I due logografi aggiunsero alla pratica oratoria, maturata nel tempo, la teoria di cui, la materia, aveva bisogno per completarsi; insegnarono agli uomini i modi per persuadere l’ascoltatore e sfruttare al massimo le potenzialità della parola; l’obbiettivo era quello di risultare credibili e sinceri. Non importava la verità, ma la vero-somiglianza.

Siracusa

I due concepivano il discorso come uno strumento utile, un mezzo per risolvere problemi urgenti.

Alla retorica siracusana si aggiunse il pensiero dei pitagorici, che punta alla psicagogia, ovvero al coinvolgimento sentimentale delle masse di ascoltatori.

L’epoca di cui vi ho parlato è florida, infatti questa “arte” si sviluppa nel mezzo di lotte per le cariche politiche, spesso frenetiche e violente; le giurie popolari, che si esprimevano sulla giurisdizione penale, ascoltavano i discorsi dei concittadini e si esprimevano sulla base di essi. Anche i tribunali erano affollati e l’ago della bilancia puntava verso il miglior discorso, quello ben fatto e recitato, che riusciva a smuovere gli animi e a convincere.

In futuro i sofisti, introdurranno nella Grecia continentale una sintesi delle teorie nate in Sicilia, il pensiero di Corace e quello dei pitagorici.

Non è un caso che una materia simile sia stata raccolta dai romani, grande popolo di avvocati e politici.

E la nostra epoca?

Le piazze sono vuote in favore dei centri commerciali; la politica, più che in senato e in parlamento, si fa su Twitter a duecentoquaranta caratteri soltanto. La scuola, spesso, è incapace di insegnare un corretto utilizzo della lingua e molti insegnanti sono votati al sei politico.

Nella nostra epoca nichilista, che ha abbandonato l’eredità dei padri per il mercato, in cui la riflessione e il pensiero sono inesistenti, potrebbe nascere e fiorire una nuova retorica?

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