L’incapacità di Torquato Tasso di accettare la propria grandezza

Torquato Tasso nacque a Sorrento nel 1544. Ebbe una giovinezza sventurata, il padre Bernardo fu lontano in molti momenti della sua vita. Visse inizialmente a Napoli con la madre e la sorella, studiando alla scuola dei gesuiti. Solo dopo la morte della madre si trasferì a Roma, dal padre. In seguito il giovane poeta intraprese un viaggio che lo portò a visitare le grandi città italiane del ‘500, fino ad arrivare in Francia.

Dobbiamo sviscerare tre fattori per comprendere le insicurezze di sì grande autore:

  • Il suo sentirsi “sradicato”;
  • Il periodo in cui egli vive, ovvero quello della Controriforma;
  • La sua profonda fede cattolica.

La sua nascita a Sorrento fu del tutto casuale, infatti i genitori furono di passaggio in quelle terre; ad un moderno, cittadino del mondo, questa informazione potrà sembrare inutile, ma ad un uomo dell’epoca, un evento simile, poteva generare sentimenti di confusione; infatti, Tasso si sentiva un “senza patria” al pari di Petrarca. Immaginate come doveva essere l’esistenza di uomo senza “casa”, senza “storia”.

Visse durante l’epoca della Controriforma; la Chiesa di Roma, attaccata pesantemente dalla Riforma di Lutero, doveva riprendersi e contrattaccare con vigore; il controllo sulla vita sociale, divenne quindi controllo delle coscienze. Un qualsiasi passo, mal visto dalla Chiesa, a quel tempo, poteva risultare fatale. I tempi della “libertà di pensiero” dell’Umanesimo e del Rinascimento erano finiti.

Ma veniamo al punto principale; la profonda fede cattolica di Tasso. Il poeta, nella sua giovinezza napoletana, ebbe occasione di studiare i classici e i protagonisti dell’umanesimo; egli avrebbe voluto essere uno di loro, avrebbe voluto vivere quegli anni magnifici, ma nacque e crebbe cattolico, nell’epoca della Controriforma. Avrebbe voluto esprimere la propria poetica in libertà, proprio come quegli uomini grandiosi che tanto amava, ma non poteva; avrebbe voluto ribellarsi per la “libertà di pensiero” ma allo stesso tempo questa voglia di “ribellione” fu vissuta, dall’autore, come una colpa da espiare, per cui punirsi, in virtù della sua fede cattolica. Un conflitto interiore potente, un conflitto che probabilmente, provocò le sue crisi psicotiche.

La sua opera magna è “La Gerusalemme liberata”; un poema in ottave diviso in venti canti. Una meraviglia. Eppure l’autore stesso non lo riteneva tale. Già alla stesura della bozza, tra il 1559 e il 1561, bloccò il lavoro, convinto di non avere le capacità per concluderlo; decise però di approfondire lo studio storico sulla prima crociata (argomento del poema), così da poter ritornare a lavoro in futuro, più preparato. Non sicuro della sua capacità di poetare, studiò anche il genere del poema eroico.

Solo nel 1565 riprese la stesura del poema, che concluse nell’arco di un decennio. In questo periodo le cose non andarono meglio; il duca Alfonso II, che ospitava il poeta alla sua corte di Ferrara, richiedeva una celere pubblicazione, ma Tasso non ne voleva sapere; era continuamente insoddisfatto. Preoccupato sulla riuscita stilistica e religiosa dell’opera (Tasso mandava continuamente copie del suo lavoro al tribunale dell’inquisizione, affinché potessero valutarne la religiosità), pretese che questa fosse letta e giudicata da otto intellettuali di sua conoscenza.

Ma ancora, dopo il giudizio positivo degli intellettuali, l’autore ebbe qualche dubbio. Finita l’opera, c’era qualcosa che non andava. Purtroppo, Tasso fu rinchiuso nell’ospedale di Sant’Anna, la sua stabilità mentale degenerava. Aveva raccomandato a degli amici di non permettere la pubblicazione della sua opera; ma questi non lo ascoltarono e si misero d’accordo con degli editori per la pubblicazione, che avvenne a Parma. Quando l’autore seppe dell’accaduto, giurò che se fosse uscito di lì, avrebbe ammazzato i responsabili.

Uscito dall’ospedale di Sant’Anna, Tasso mise nuovamente mani alla sua opera e la riscrisse totalmente, eliminando gran parte delle scene d’amore, accentuando la religiosità. L’opera fu nuovamente pubblicata sotto il nome di “La Gerusalemme conquistata”.

Ogni volta che leggo un verso della Gerusalemme liberata mi chiedo come possa aver fatto quel povero sventurato a credere così poco in una grande opera come quella; quando sfoglio le pagine di quel grandioso poema, penso sempre all’autore e lo ringrazio per aver concluso, seppur con fatica, il suo lavoro.

Auspico che, in qualche modo, possa vedere i risultati della sua opera e che il suo nome è finito sui libri di letteratura, al fianco di uomini come Dante e Petrarca, nella speranza che possa rincuorarsi e riposare in pace.

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