Machiavelli o Guicciardini?

Mi preme confrontare questi due spiriti magni del passato in virtù delle somiglianze e soprattutto differenze riguardo il loro pensiero politico; ma prima, è bene introdurre la figura di Francesco Guicciardini (su Niccolò Machiavelli ho già scritto due articoli che potrete consultare qui https://osservatoreverace.home.blog/2019/08/12/parlare-a-sproposito-niccolo-machiavelli/ e qui https://osservatoreverace.home.blog/2019/09/12/luomo-bestia-di-machiavelli/

Francesco Guicciardini nasce a Firenze nel 1483 da una famiglia agiata, che lo indirizza immediatamente verso gli studi umanistici; continuerà con gli studi giuridici nelle città italiane più fiorenti dell’epoca ed eserciterà infine, l’avvocatura. Ricevette persino incarichi politici da parte della Repubblica di Firenze.

Guicciardini nacque qualche tempo dopo Niccolò Machiavelli, ma ebbe l’occasione di confrontarsi con lui e di analizzare a fondo la sua opera, per poi criticarla.

Partiamo da un presupposto per inquadrare il pensiero di Guicciardini; per lui, non esistono “leggi universali”, perché gli avvenimenti sono sempre diversi e ognuno presenta le proprie particolarità; per questo vanno analizzati minuziosamente, caso per caso.

Ecco la prima grande differenza; Machiavelli tende a parlare “generalmente”, proponendo tesi “universali”, basandosi, oltre che sull’esperienza, sulla lettura dei classici latini e sulla storia romana. Il suo avversario (solo in questo articolo), si rifà alla propria esperienza; è inutile e utopistico, secondo l’autore, volgere lo sguardo al passato; i problemi sociali dei romani erano ben diversi da quelli dei fiorentini dell’epoca (o delle altre città italiane). Ogni caso è specifico ed unico, quindi va analizzato come tale. È celebre la frase di Guicciardini a riguardo: “Come gli asini non potranno mai diventare cavalli, così i moderni non potranno mai diventare gli antichi”.

Ma perché Machiavelli continuava a basarsi sulla storia di Roma per formulare le proprie tesi? Perché secondo lui la storia è ciclica; quello che è accaduto in passato accadrà nel futuro. Infatti il Principe, quando i costumi del suo popolo si deviano e la caduta sembra vicina, deve guardare al passato per analizzare le azioni dei grandi.

Ci sono differenze tra i due anche nello stile; Machiavelli, mira alla sintesi, mentre il secondo sviscera e analizza nel profondo i “particulari”.

Per quanto il Principe sia un libello di rapido utilizzo per l’agire politico, esso conserva in sé un’utopia; il fatto che nell’Italia del ‘500 avvenisse l’ascesa di un uomo come quello descritto nell’opera. Guicciardini non etichetta le idee esposte nel libello come “non valide”, anzi, ma le ritiene semplicemente inattuabili. Nella sua opera “Ricordi” respinge ogni forma utopica e realizza un volume contenente una serie di massime fondate sul pensiero del relativismo. Secondo l’autore la realtà va analizzata nelle sue infinite contraddizioni; può esser valutata e vista da punti diversi, ma solo la “ragione” può guidare all’analisi dei casi “particulari”. Per uno studioso intento ad analizzare una problematica politica o sociale, è fondamentale saper “discernere”, quindi avere la capacità di analizzare caso per caso i “particulari”. I Ricordi sono un’opera totalmente diversa dal Principe; infatti la prima non è un manifesto d’azione, un incoraggiamento alla presa di posizione, ma tutt’altro. Guicciardini prende atto di una situazione irrimediabile (quella politica del ‘500), un momento di impotenza, senza riscatto alcuno.

Ora sta a voi approfondire gli studi su queste due figure e decidere a quale pensiero siete più affini; per me non c’è dubbio.

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