Quando leggiamo la Commedia di Dante, che testo leggiamo?

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La risposta a questa domanda sembra scontata; il testo che noi leggiamo è quello scritto da Dante Alighieri nel Medioevo. No, purtroppo il manoscritto autografo della Commedia e gli autografi di tutte le altre opere dantesche non sono giunti sino a noi. Del grande Poeta non abbiamo nemmeno una lettera. Non sappiamo nulla di lui, nemmeno come fosse la sua calligrafia.

Allora? Cosa leggiamo sui testi scolastici?

Un “testimone”, ovvero una copia; quella che oggi è considerata la più attendibile, quella più fedele agli scritti autografi.

Le ipotesi per cui un’opera come la Commedia, già famosa quando l’autore era in vita, sia andata perduta sono tante; si pensa che il continuo errare del poeta, durante l’esilio, abbia favorito la dispersione del manoscritto (Dante non rilegava le sue opere, erano tutti fogli sparsi). Oppure che i copiatori dell’epoca, sfogliando continuamente il manoscritto, abbiano finito per rovinarlo.

Giorgio Petrocchi nel ‘900, lavorò per capire quale fosse la copia più vicina all’opera autografa.

Al mondo esistono circa seicento codici antichi della Commedia, tutti copie di copie, quindi “imparentati” tra loro; leggerli tutti sarebbe stato uno sforzo sovrumano (sono codici sparsi per il mondo), ma Petrocchi ebbe un’idea; avrebbe studiato solo i codici che rientravano all’interno di un preciso arco temporale, dal 1321 al 1355.

La prima data è quella della morte del poeta, quindi il momento della dispersione (anche se si pensa che per qualche tempo il figlio Jacopo custodì il manoscritto), la seconda data è il momento discriminante; corrisponde a quando Boccaccio ricopiò la Commedia per donarla al poeta Petrarca. Perché questo dovrebbe essere il momento discriminante? Il motivo è semplice; Petrarca provava astio nei confronti di Dante e della sua Commedia, il volgare utilizzato non era nelle sue corde (l’Umanesimo infatti, accantonò Dante). Boccaccio volle regalargli una copia scritta di suo pugno per fargli capire l’importanza del defunto poeta, ma modificò molti aspetti dell’opera; anche Boccaccio sapeva poetare e cambiò molti termini del volgare caduti in disuso e molte espressioni che Petrarca, in quanto puntiglioso classicista, non avrebbe potuto accettare. In questo modo l’opera venne inquinata; la fama di Boccaccio era tale che tutti i copiatori dell’epoca presero a modello la sua Commedia, tempestandola di errori e variazioni.

Grazie a questa divisione temporale, Petrocchi si ritrovò con solo ventisette codici da studiare.

Costruì un albero genealogico in modo tale da capire quali fossero le parentele, chiamato Stemma Codicum; a monte vi era l’autografo perduto. Dal manoscritto originale si diramavano due rami di copisti; il primo ramo era quello dei toscani colti e poeti, dall’altro vi erano giuristi della pianura padana orientale che richiedevano copie personali.

Entrambi i rami avevano dei pro e dei contro; il primo, in quanto originato da toscani, rispecchiava fedelmente la lingua della Commedia, ma essendo loro, i copisti, dei poeti, avrebbero potuto cambiare i versi in preda a ispirazioni (come fece Boccaccio). Il secondo, invece, in quanto voluto da giuristi, sarebbe stato più fedele nel contenuto, ma meno nella lingua; infatti questi codici sono scritti in un volgare diverso da quello dantesco.

Petrocchi trovò, tra quei ventisette, un codice che fino ad allora fu bistrattato; il codice Laudiano, conservato alla biblioteca comunale di Piacenza. Questo codice si trovava in una situazione ottimale; era figlio di entrambi i rami, quindi valido dal punto di vista del contenuto e dal punto di vista della lingua.

Negli anni ‘60 il codice Laudiano fu ricopiato da Giorgio Petrocchi che pubblicò “La Commedia secondo l’antica vulgata”; quello è il testo che studiamo tutti a scuola (salvo casi rarissimi).

Il lavoro di Petrocchi è stato da me semplificato al massimo, ma fu più duro e complicato di quello che sembra; consiglio ai lettori uno studio più approfondito sullo Stemma Codicum e sull’affascinante lavoro della filologia in generale.

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