Religione e società

Mi capita spesso di sentire che la religione cristiana sia in via d’estinzione, vuoi per le nuove mode culturali, vuoi per l’ateismo dilagante oggigiorno. Penso che in parte sia vero, ma oso fare un passo più in là; la Religione in sé sta svanendo. Possiamo appurarlo vivendo con occhio critico la quotidianità; si mettono in dubbio l’esistenza delle varie divinità (mi riferisco a tutte le religioni e ovviamente, a chi si definisce credente), si pensa che i miti tramandati dagli avi siano storielle senza capo ne coda, il senso del Sacro è morto e sepolto (qualche giorno fa, ho visto in rete una conferenza del professor Piergiorgio Odifreddi, tenuta sull’altare di una Chiesa).

Spesso mi chiedo cosa stia accadendo, quali sono i motivi per cui stia avvenendo un simile fenomeno; mi sono dato una risposta, che sicuramente non potrà essere definitiva ed esauriente, ma aiuterà ad inquadrare, quello che secondo me, è un problema.

Quando ci si approccia allo studio delle religioni, si impara subito che tutti i popoli, dall’alba dei tempi, hanno costituito un credo; non esistono comunità atee (questa cosa mi fa sorridere perché, proprio questa mattina, ho potuto leggere alcuni commenti, su Twitter, di persone convinte che in Africa, le popolazioni autoctone, non abbiano una religione o un credo).

Cosa ci fa capire questo? Che Religione e società sono due elementi strettamente connessi.

Non esiste un popolo senza religione, non esiste una religione senza un popolo.

Non è un caso che la preghiera cristiana (nonostante alcuni preti affermino il contrario) si faccia a messa, insieme alla comunità dei fedeli, tramite il parroco, che regge la funzione. Così avviene per tutti; la preghiera è collettiva.

Adesso dobbiamo chiederci, come può un’attività fortemente comunitaria come questa, funzionare e vivere nell’epoca dell’individualismo sfrenato? Oggi l’individuo è il re del mondo (o almeno ci fanno credere che sia così) e concetti come patria, popolo, comunità e società vengono bistrattati ed etichettati come “fascisti”, quindi da cestinare. Come può, allora, sopravvivere la Religione? Muore. Oppure si trasforma in qualcosa di estraneo, di subdolo e a volte, pericoloso. Mi riferisco, ad esempio, a quelli che si definiscono “neo-pagani” e a tanti altri, che rifiutano la comunità e le Religioni “vive”, spesso per moda o per noia. Faccio una precisazione; un dio esiste nel momento in cui la società lo accetta e lo identifica come tale. Vi farò un altro esempio; nell’antica Roma (ho lo stesso difetto di Machiavelli, mi rifaccio sempre a quel grandioso popolo che furono i latini, mi dispiace) oltre agli dei canonici, che tutti conosciamo, era usanza “divinizzare” coloro i quali erano ritenuti dalla società i grandi eroi: pensate a Giulio Cesare oppure ad Augusto. Quegli uomini diventarono delle divinità perché la società del tempo era convinta che fosse vero. Allora mi chiedo, oggi avrebbe senso pregare Giulio Cesare? Pregare Augusto? E Apollo? Vi è una sola risposta, anacronismo.

Ma torniamo a noi; vi è un paradosso. Una società per essere tale, vuole che gli appartenenti ad essa collaborino; un individualista, quindi, è a dir poco inutile. Eppure è proprio la nostra società che ci chiede di essere individualisti, quindi di distruggere la società stessa. Una vera e propria autodistruzione.

Eppure, il presunto paradosso sembra avere un senso quando si inserisce un elemento inaspettato; il mercato. Il capitale è in vetta, al di sopra della società. E di cosa ha bisogno il mercato? Di una religione che accomuni un popolo? Di una Chiesa che non ha prezzo, perché non è in vendita? No, ha bisogno di persone sole, individui che spendano tutto il salario (ammesso che questo ci sia) e di oggetti, non sacri, ma utili, consumabili e vendibili.

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