“Io leggo tutto, l’importante è leggere”. Ne sei sicuro?

Se credi che l’importante sia “leggere” senza curarsi di cosa effettivamente si stia leggendo, ti sbagli di grosso. Scopri perché.

Non è raro che io rimanga incastrato in mezzo a disquisizioni letterarie, il più delle volte in rete; quando si parla di quali letture abbiamo affrontato e quali abbiamo potuto apprezzare a discapito di altre, esce fuori (quasi sempre) il/la tizio/a che ammette di aver letto Cinquanta sfumature di grigio, qualche librucolo di Fabio Volo, Mauro Biglino, o peggio (c’è sempre di peggio) opere di pseudo-filosofia scritte da youtuber improvvisatisi intellettuali, torna sempre questa affermazione, che ritengo un po’ ingenua oltre che pericolosa: “Io leggo tutto, l’importante è leggere”.

Vi è mai capitato? Se sì, avete mai riflettuto su di un’affermazione simile? Io si.

Solitamente leggo ogni giorno un numero cospicuo di pagine, è raro che passi un’intera giornata senza sfogliare un libro (complici gli studi accademici letterari e filologici); tutti i testi sono selezionati secondo criteri ben precisi: genere, autore, edizione.

Innanzitutto va scelto il genere che vogliamo affrontare; se vorrò crescere spiritualmente e moralmente, arrivare ad un livello intellettuale sopra la media, sarò costretto ad approcciare a materie come la filosofia, la letteratura e la poesia, non di certo a romanzi Harmony o simili. È evidente l’importanza del genere; ho avuto a che fare con individui, di certo desiderosi di discutere sulla letteratura italiana, che non avevano mai letto Dante o Petrarca, ma in compenso avevano letto Francesco Sole; va da sé che una discussione simile sarebbe impossibile a causa di una chiara carenza del bagaglio culturale. Come posso discutere di un dato argomento, che sia filosofico o letterario, se non posseggo le basi? Francesco Sole può aiutare a porre le basi per la letteratura italiana? Assolutamente no.

Poi viene l’autore. Lo sappiamo bene, ogni autore riversa nella scrittura la propria vita, bella o brutta che sia; lo fa secondo le proprie preferenze e stile. Ma esistono autori buoni e pessimi; poniamo il caso di dover consigliare una lettura ad un/a ragazzo/a di quindici anni; cosa gli proponiamo? Fabio Volo o Valerio Massimo Manfredi? La risposta sembra scontata, il secondo. Quindi non possiamo consigliare al/alla ragazzo/a di leggere il primo libro che trova in cantina o in libreria, ma di fare una scelta oculata (ovviamente la scelta dovrebbe esser guidata da un adulto responsabile). Immaginate se quel povero ragazzo incappasse in un libro di Fabio Volo; cosa mai potrebbe apprendere? Che si possono far soldi scrivendo il nulla, tanto le ragazzine compreranno le tue idiozie comunque? Che non bisogna saper scrivere per diventare uno scrittore? Non potrebbe imparare altro; ci ritroveremmo (forse) l’ennesimo pseudo-scrittore che non arricchirà mai se stesso, né tanto meno la nostra società. O magari, più semplicemente, abbandonerà la lettura, annoiato.

Immaginate invece se quel ragazzo aprisse “Lo scudo di Talos” di Valerio Massimo Manfredi, uno Scrittore vero; non è sicuro che nasca il nuovo premio Strega, ma quasi sicuramente quel ragazzo verrà arricchito da una storia avvincente, affascinato da una scrittura corretta e fluida.

Dobbiamo valutare ancora un altro aspetto; il valore linguistico. Si sa che l’unico modo per imparare a scrivere è leggere tanto. Saper scrivere bene, spesso, aiuta anche a parlare bene. In virtù di questo, cosa potrebbe imparare un ragazzo da un libro come Cinquanta sfumature di grigio, scritto talmente male che neanche nella trasposizione i traduttori italiani sono riusciti a dare dignità ad una cosa simile. Quanto potrebbe imparare un ragazzo se, invece, leggesse Italo Calvino?

Le risposte adesso sembrano scontate, ma in realtà, per molti, non lo sono affatto.

E potremmo continuare all’infinito; cosa è meglio che legga un/a ragazzo/a, Francesco Sole o Virgilio? Roberto Saviano o Antonio Scurati?

Anche in ambito scientifico l’autore fa la differenza; sono troppi quelli che si considerano esperti di religioni e leggono Mauro Biglino, senza aver mai aperto la Bibbia, e ancora, fidatevi, mi è capitato di leggere articoli di “critica” su Dante Alighieri scritti da “giornalisti esperti di marketing”.

A parer mio il concetto, arrivati a questo punto, sembra molto chiaro ma voglio continuare parlandovi delle edizioni.

Una volta scelti genere e autore, è fondamentale capire a quale casa editrice affidarsi e che tipo di edizione comprare; ogni casa editrice crea collane specifiche sia per gli studiosi che per i “profani”, passatemi il termine. Se volessi acquistare un libro di filosofia non mi affiderei a case editrici che, solitamente, editano tutt’altro, quindi non sono specifiche del settore. Per la filosofia mi orienterei verso Bompiani non di certo verso DeAgostini. E se volessi leggere Platone nello specifico (questo è un parere strettamente personale) sceglierei l’edizione curata da Giovanni Reale, filosofo e professore. Non comprerei mai un classico (questo vale per tutti i testi scritti in lingue diverse dalla nostra) senza il testo originale a fronte; magari, nel caso in cui non conoscessi il greco, potrei cullarmi sulla traduzione, ma non potrò mai dire di aver letto davvero Platone. Quando si traduce (soprattutto se si fa da lingue complesse come il greco e il latino) molti significati si perdono, necessariamente.

È molto semplice, non si può leggere a caso tutto quello che si trova, o meglio, bisogna saper selezionare coscienziosamente e comprendere cosa possa arricchire l’animo, cosa possa intrattenere, divertire e anche cosa possa far rimpiangere di avere gli occhi per leggere. Ma questa è un’operazione che un adulto consapevole ed istruito può fare, quando si tratta di ragazzi o bambini diventa difficile; le giovani menti devono esser guidate, instradate verso la via migliore. Poi saranno loro a districarsi in un mondo convulso e saturo come quello dei libri.

Una risposta a "“Io leggo tutto, l’importante è leggere”. Ne sei sicuro?"

  1. Qui ed in altri post tocchi un argomento delicato: editoria, scrittura e lettura. Vere alcune tue considerazioni: si pubblica di tutto ed il suo contrario. Condivido con te il discorso che basti leggere. Anche io sono dell’idea che non basti andare al cinema ed ingolfarsi di cinepanettoni per arrivare a stretto giro ad appassionarsi di Neorealismo, Nouvelle Vague e Tarkowsky. La lettura, il cinema, l’arte, la musica richiedono un serio cammino di accrescimento interiore (da non scambiare con erudizione). Ho vissuto, vivo, e giro molto all’estero, anche in paese capitalisticamente più avanzati dell’Italia. Dove vivo, in Belgio, l’editoria non propone ogni anno, km2 di scaffali nelle librerie ai libri del Vespa belga o francese. Ex politici come Veltroni non invadono le librerie con i loro volumi. C’è’ molta più attenzione alla cura delle edizioni, così come alla qualità delle “uscite” e alla riedizione dei classici (nei paesi francofoni per esempio, nel 2019 è uscita u a stupenda riedizione dello Zibaldone di Leopardi, che in Italia ci sogniamo). Se ti parlo di USA e Canada, due paesi con traduzioni letterarie molto più piccole dei paesi europei, molto più “capitalisti” dell’Italia, il confronto tra qualità/quantità dell’editoria è a dir poco imbarazzante (parliamo comunque di mercati di dimensioni quasi di un ordine di grandezza superiori all’Italia, quindi un raffronto poco proponibile). Torniamo al nostro orticello. Se in Italia coloro che si possono considerare lettori “duri” sono pochi milioni, e i lettori sporadici (al “Volo”) altri pochi milioni, c’è’ poco da fare. La situazione viene da lontano, le colpe sono pluridecennale, partono da molto lontano, e le TV commerciali prima, lo sfascio della scuola durante, hanno poi trovato amplificazione nella rete. L’Italia è indietro per colpe strutturali, nell’editoria come in altri settori. Dimenticavo: l’atteggiamento snob delle élite (specie accademiche) da sempre, ha contribuito altresì a questo stato di cose, come concausa. Per ripulsa l’Italia popolare e popolana per rivalsa ha trovato i suoi “miti” letterari in figure vernacolari, in Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno. Il ditino puntato non piace mai a nessuno. Meno ditini e più divulgatori (scientifici, storici, letterari) proprio come avviene nei paesi anglosassoni o nordeuropei

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